Budapest: report dalla Conferenza Femminista Alternativa 18-20 Maggio 2012 (ita)

Posted on 2012/05/22 by

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Il Radical Queer Affinity Collective si è impegnato, durante l’8° Conferenza Europea di Ricerca Femminista a Budapest, a mettere in rete le ricercatrici e le attiviste/i locali con la comunità queer e femminista internazionale. Insieme ad attivist* di Labrisz ONG per la visibilità lesbica, Nane, ONG contro la violenza maschile sulle donne, Patent, ONG contro il patriarcato Transvanilla, organizzazione transgender e Angéla Kóczé, attivista per i diritti del popolo Rom, abbiamo organizzato una “conferenza alternativa”: un Forum (Solidarity Forum), un sit-in con le/i percussionist* Rhythm of Resistance e un Puszi Pussy Party, raccogliendo fondi per il progetto KLIT, sex-shop e libreria queer femminista a Budapest.

Al Forum di Solidarietà, il 18 Maggio 2012, hanno partecipato in 100 tra ricercatrici e attivist*, per poi ritrovarsi il giorno seguente in decine a stilare un documento importante sulla situazione ungherese ed europea. Il documento ha poi raccolto 316 firme e sarà a breve inviato al Parlamento Ungherese e alla stampa nazionale non allineata con le destre.

Questa la traduzione del documento:

Un comunicato collettivo di protesta sulla crisi dei diritti umani in Ungheria, dalle/i partecipanti alla conferenza “The Politics of Location Revisited: Gender@2012 8th European Feminist Research Conference”.

Più di 500 ricercatrici/ori univerisitarie, specialiste/i archiviste e dell’informazione, esperte di politiche delle pari oppurtinità e attiviste dall’Europa e internazionali, si sono incontrate questo weekend per partecipare all’8° Conferenza Europea di Ricerca Femminista, il forum più importante per la discussione sulla ricerca scientifica femminista.

Vogliamo collettivamente e individualmente affermare le nostre profonde preoccupazioni sulle crescenti violazioni dei diritti umani in Ungheria. Protestiamo in particolare contro le leggi discriminatorie che prendono di mira specifici gruppi sociali e criminalizzano la povertà come, ad esempio, la legge che condanna le/i senzatetto. Contestiamo l’esclusione attiva delle persone Rom dalla partecipazione sociale e politica.

Incoraggiamo fortemente il governo Ungherese ad adottare misure per prevenire le aggressioni razziste dell’estrema destra contro le persone Rom e per prevenire la violenza e le discriminazioni contro le donne e le persone LGBTQI, ostacolate funzionalmente.

Come femministe vogliamo affermare il nostro forte turbamento riguardo lo sviluppo dei movimenti politici di estrema destra e la diminuzione delle libertà politiche e civili in Ungheria. Vogliamo aggiungere che ciò che accade in Ungheria è indicativo di una più estesa tendenza, che attraversa l’Europa, di crescente sessismo, razzismo, omofobia e xenofobia.

La comunità internazionale di ricercatrici/ori e attiviste/i sulle questioni di genere, non resterà in silenzio.

Noi, firmatari/e partecipanti alla Conferenza.

Budapest, 20 Maggio 2012.

>>Contesto, ovvero report dal Solidarity Forum sulla situazione in Ungheria:

Il popolo Rom in Ungheria rappresenta la più ampia minoranza nel paese, il 2% della popolazione, stando al censimento del 2001. Negli ultimi anni le politiche discriminatorie e le violenze sono cresciute. A tal punto da portare Angéla Kóczé, attivista Rom, a definire una “schiavitù moderna” la condizione di vita della popolazione. In particolare, in un contesto in cui la disoccupazione e la povertà sono propagandate come fallimento e vergogna personale, la nuova legge sulla disoccupazione affligge le vite di tante comunità nelle campagne, che si ritrovano a lavorare nei possedimenti di membri del partito di governo, Fidesz, con una paga minima dello stato, senza condizioni igienico-sanitarie proprie, senza cibo e acqua. Lo chiamano “lavoro pubblico”, quello a cui sono forzati i “disoccupati” (fino all’80% in alcuni villaggi Rom ghettizzati), che devono dimostrare almeno 30 giorni di attività (decisa dai governi locali), pena la perdita della protezione sociale per 3 anni.

La nuova legge sull’educazione abbassa ai 16 anni l’età dell’obbligo. Le conseguenze ricadono di nuovo sulla comunità Rom, che vive un maggiore abbandono scolastico, e le cui opportunità di accedere a lavori qualificati diminuiscono ulteriormente. Si crea così un circolo vizioso rispetto alla disoccupazione e all’accesso ad altre forme di lavoro nero, come la tratta ai fini della prostituzione.

Inoltre gli episodi di violenza vanno dai più eclatanti omicidi tra il 2006 e il 2008 (6 morti), agli attacchi a Gyöngyöspata da parte di un gruppo paramilitare neonazista, nel 2011, alle minacce, aggressioni nella vita quotidiana.

Il contesto europeo non aiuta, anzi l’Europa intera è impegnata oggigiorno in politiche razziste e discriminatorie contro il popolo Rom, che si vede deportato dalla Francia, controllato e segregato in campi.

Transvanilla è un’associazione trans che cerca di farsi spazio tra le ONG omonormative, che spesso si dichiarano LGBTQI, che ricevono finanziamenti per “creare una comunità trans”, che già esiste, e che poi si rivelano strutture egemonizzate da uomini bianchi, gay e di classe medio-alta. La transfobia risulta perciò diffusa non solo nelle strade, nei posti di lavoro, ma nella comunità queer stessa. La visibilità trans è quasi assente in Ungheria, anche se il movimento è nato nel 2007, attraverso conoscenze e reti via internet. Transvanilla è un’organizzazione “ombrello”, e sta cercando di promuovere la conoscenza dell’intersessualità, ad oggi sconosciuta identità di genere, fenomeno nascosto e inintelligibile nel contesto locale.

Tina, attivista, racconta al Forum lo strano iter legislativo che le persone trans si sono viste applicare sui propri corpi. Fino al 2001 non vi era alcuna legislazione, fino a quando una legge ha reso molto semplice il cambio dei dati sui documenti, lasciando nell’oblio una serie di misure di protezione sociale necessarie. L’iter per l’accesso alle operazioni chirurgiche, non rimborsate, è la diagnosi di disforia di genere, l’operazione e solo dopo la prescrizione di cure ormonali. Data la scarsità di risorse, anche ospedaliere riguardo la qualità degli interventi, solo chi ha sufficiente denaro può permettersi l’operazione all’estero. Inoltre il mercato nero di ormoni viene alimentato grazie all’inaccessibilità legale alle cure. La richiesta di una diversa regolamentazione non fa parte delle istanze del movimento trans per paura di una legislazione peggiore di quella esistente.

Gabor, dell’associazione Patent, descrive come la comunità LGBTQI sia oggigiorno bersaglio di riforme e politiche repressive. I primi anni del 2000 hanno rappresentato un’era “progressista” dal punto di vista dei diritti civili: l’età legale, prima regolamentata, per il sesso omosessuale viene abolita, accesso all’esercito, promosse politiche di protezione delle minoranze contro le discriminazioni sul lavoro. Fino al 2009 quando le coppie dello stesso sesso hanno ottenuto il riconoscimento dell’unione civile.

Allo stesso tempo, sin dal 2006, l’estrema destra ungherese ha iniziato a presentarsi organizzata ad ogni Pride per aggredire la comunità LGBTQI, lanciando pietre, bombe carta. Nel 2009 la polizia ha innalzato la protezione del Pride, con alte recinzioni, che, se da un lato evitano il contatto diretto con i neo-nazi, dall’altro circondano il Pride rendendolo invisibile. La parata, inoltre, viene ostacolata ogni anno, con mancate autorizzazioni, che richiedono agli organizzatori di rivolgersi al tribunale, per vedere, poi, il proprio diritto a manifestare rispettato. Nel 2010 neo-nazisti hanno attaccato con bombe carta un gay bar e una sauna, pieni di persone: definito “vandalismo”, l’attentato omicidio non è stato riconosciuto come capo d’accusa.

Ad oggi il Pride 2012 è stato vietato (qui il video di protesta), poi confermato. Sembra però che il Fidesz stia forzando un provvedimento, prima di giugno (la parata dovrebbe tenersi l’8 luglio 2012) per vietare il Pride in via “legale”.

La nuova costituzione, in vigore dal primo Gennaio 2012, vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in contraddizione con la Legge sulle unioni civili, definendolo “unione tra uomo e donna”. Ciò che ci si aspetta è perciò, purtroppo, una prossima modifica della legge sulle unioni civili.

Judit si occupa di diritti delle donne vittime di violenza maschile. L’ONG Nane è nata nel 1994, e si è specializzata nei casi di violenza domestica, o violenza da parte di partner. In rete con altre realtà, l’organizzazione si muove contro il traffico di donne, molestie sessuali e abusi su minori. L’approccio dell’ONG si fonda sui diritti umani e sulla differenza sessuale.

I femminicidi sono circa 100 l’anno, più bambine e bambini vittime di omicidio nell’ambiente famigliare.

La situazione legale è drammatica sul tema della violenza maschile contro le donne: la legge sullo stupro non riflette l’esperienza delle donne, definendolo una “violenza eccessiva”, non riguarda, perciò, il consenso. Le donne vittime di stupro devono dimostrare così di aver resistito, lottato per vedersi riconosciute legalmente come parte lesa. Rispetto alla violenza domestica, la legge non ne riconosce la complessità e la gravità, ignorando “stalking”, violenza psicologica, economica etc.. Non esiste legislazione sulla violazione dei diritti riproduttivi che spesso affligge le donne in relazioni eterosessuali violente. Le molestie sessuali non hanno riconoscimento giuridico. Gli ordini di restrizione cautelare possono ritardare fino a 6 mesi, prima di essere dichiarati dal tribunale. Non vi è nulla nemmeno rispetto alle discriminazioni multiple, o all’intersezionalità delle discriminazioni, ponendo così grossi limiti al riconoscimento della condizione di donna Rom, ad esempio, vittima di violenza in quanto Rom.

Anche la legislazione sul traffico di donne, in un paese come l’Ungheria, rinomata tappa delle rotte del traffico dall’est all’ovest dell’Europa. I casi riportati nei tribunali restano infatti tra i 2 o3 all’anno.

Sul tema dei diritti delle donne è importante sottolineare come la legge sull’aborto, oggi legale e accessibile, sia sotto attacco. La nuova costituzione riconosce “protezione” all’embrione fino dal concepimento, mettendo a rischio la costituzionalità della legge. La legge sull’aborto ha nel suo titolo il termine “protezione”, e perciò non è chiaro come e quando questo termine verrà impugnato dal governo in senso liberticida. Le campagne antiabortiste, intanto, attraversano televisioni e spazi pubblici, in un paese in cui la religione cattolica diventa sempre più egemone grazie a riforme e finanziamenti.

Il RQAC conclude il forum raccontando l’esperienza delle compagne che vivono la lotta transnazionale femminista e queer nel territorio ungherese. Il collettivo nasce nel 2011 ed è formato da compagne native e di diverse origini. Ad oggi i progetti attivati sono: una Zine Q?, di uscita semestrale, dove si raccolgono esperienze, racconti e articoli intorno a temi rilevanti per la lotta e la ricerca femminista e queer; i “Coming Out Monologues”, una commedia teatrale ispirata a 12 storie raccolte tra compagn* queer; KLIT prima libreria/sex store femminista e queer a Budapest, che aprirà a Settembre. Ancor prima di unirsi in un collettivo le attiviste avevano già lavorato insieme, in diverse occasioni contro l’omonazionalismo e l’omonormatività: nel 2011, infatti sono intervenute a difendere tre ragazze Rom transgender, a cui è stato vietato di entrare all’Alter Ego (Gay Bar) per una festa del Pride! Nemmeno gli organizzatori del Pride, dopo diversi incontri, hanno voluto ammettere il razzismo del gesto, definendo l’accaduto “classista”.

I principi del collettivo sono elencati in un manifesto.

L’appello (e l’attività) del collettivo nell’occasione del Forum e in generale nell’organizzazione degli eventi alternativi alla conferenza, è quello di “fare rete”, è la “visibilità”.

L’ungheria vive tempi bui, neo nazisti organizzati attraversano le strade, l’attivismo è percepito come pericoloso, o anche solo sotto attacco costante. E’ l’esperienza di chi volantina, appende poster per strada, di chi non viene mai risparmiata da commenti, grida, offese ad ogni mossa.

L’intersezionalità di sessismo e xenofobia viene poi “chiarita” da come la stampa descrive le proteste, i presidi, tanti, organizzati fino ad ora: “galline straniere”, ad esempio, è un appellativo usato per descrivere le donne e i compagni riuniti di fronte al tribunale in solidarietà a una donna che ha avuto il coraggio di denunciare il suo partner aggressore.

L’appello e il senso delle giornate di maggio, a Budapest, è, insomma, quello di lottare contro l’isolamento che la paura porta a vivere. Contro un circolo vizioso che rende le organizzazioni e le singole attiviste/i più vulnerabili e fragili. La chiusura dei centri culturali degli ultimi anni, il permanente stato di minaccia, dalla precarietà degli spazi sociali, alle marce settimanali di neo-nazi sotto gli occhi di tutt*, deve portarci ad aprire verso l’esterno, essere visibili e unite. Imparare a lavorare insieme, in rete.

Barbara Mazzotti per RQAC